ANDREA PIRLO: Il Maestro

Photo Credits: gazzetta.it

Scusate se ci abbiamo messo un po’, ma avevamo bisogno di tempo per assimilare la cosa. Caro 2017, questo è davvero troppo. Dopo “Er Pupone“, adesso anche lui. In meno di 6 mesi, ti sei portato via due leggende del calcio italiano. Due fenomeni che non vedremo mai più calcare un campo da calcio per una partita ufficiale.

Lo scorso 5 novembre, “Il Maestro” disputa la sua ultima partita da professionista. Lo ha fatto con la maglia dei New York City contro i Columbus Crew, nel match valido per la semifinale di ritorno dei playoff della Eastern Conference della Major League Soccer. Ha lasciato così, come suo solito, senza grande preavviso o cerimonie particolari. Senza emozioni o parole sdolcinate, ma con freddezza e professionalità. Ha chiuso con il calcio giocato, cambiandolo per sempre. Ma c’è un problema in tutto ciò.

Il calcio giocato non ha chiuso con lui. O almeno non ancora.

Perché se una cosa è certa, è che – da qualche parte nel mondo – ci saranno ancora calciatori, allenatori, giornalisti o commentatori a cui scapperà prima o poi un “alla Pirlo”, riferendosi ad un particolare gesto tecnico, o un “la maledetta”, dopo aver assistito al “suo” calcio di punizione.

Ecco, Andrea Pirlo, giocatore unico che il calcio giocato non dimenticherà mai.

GLI INIZI

Nel 1992, il ragazzo entra nelle giovanili del Brescia. Il suo talento è chiaro a tutti, ed il 21 maggio 1995 – a soli 16 anni e 2 giorni – esordisce nella prima squadra del club lombardo. Tuttavia, entrerà a far parte stabilmente della prima rosa del club – in Serie B – solo due stagioni dopo, con Edoardo Reja in panchina.

All’epoca – quella degli anni ’90 – c’era una tendenza, probabilmente non del tutto sbagliata.

“Prendi il tuo miglior talento, e rendilo un 10”, diceva qualcuno.

Ovverosia: il giocatore con maggiore qualità veniva solitamente schierato da trequartista dietro le punte, libero di creare ed inventare. Questo è proprio ciò che succede ad Andrea Pirlo. Le potenzialità ci sono tutte, ma il suo è un talento ancora troppo acerbo per incidere ed essere realmente decisivo. Dopo la promozione nella massima serie, infatti, il suo Brescia viene nuovamente retrocesso nella serie cadetta al termine della stagione 1997/1998.

Nel 1998 viene quindi ingaggiato dall’Inter. In un’annata, sia in campionato che in Champions League, lascia intravedere grande classe, ma non riesce ancora ad esplodere. Dopo 32 presenze totali, così, viene girato in prestito alla Reggina nella seguente sessione estiva di mercato. Pirlo è qui protagonista di una grande stagione con il club calabrese – alla sua prima presenza in Serie A – insieme al centrocampista Baronio e all’attaccante Kallon. Con gli amaranto, il classe 1979 totalizza 28 presenze e ben 6 gol in campionato, a cui si aggiungono numerosi assist proprio per il compagno sierraleonese.

GRAZIE CARLETTO

Con l’inizio del nuovo millennio, Andrea Pirlo torna all’Inter. In nerazzurro però, con Tardelli in panchina, non trova molto spazio e, dopo appena 8 presenze tra campionato e coppe, nel gennaio del 2001 viene nuovamente ceduto in prestito: destinazione Brescia. Per lui è un grande ritorno nella società che lo ha fatto crescere come calciatore e come uomo.

Qui c’è però un “problema”. Qualche mese prima, un altro giocatore ha anticipato il passaggio di Pirlo dall’Inter al Brescia. Si tratta di Roberto Baggio, che nell’estate del 2000 è rimasto svincolato dopo i due anni in nerazzurro. Il “Divin Codino” è una seconda punta perfetta, nonché ancora uno dei migliori giocatori del mondo. Non ci sono dubbi: quel ruolo è suo. L’ex capitano della Juventus è il leader indiscusso della squadra, e Pirlo – che ha un talento immenso – è comunque solo un ragazzino. All’apparenza, il ritorno di Andrea a Brescia è inutile. Il trequartista esiste già, e si chiama Roberto Baggio. I due non possono coesistere.

Tuttavia, per nostra – passateci la prima persona plurale – fortuna, quell’anno sulla panchina del Brescia siede Carletto Mazzone. L’ex allenatore del Bologna, infatti, ha un’intuizione geniale. Chiuso da Baggio, Pirlo non può giocare davanti. Ma il ragazzino ha una qualità senza precedenti e la sua visione di gioco è unica. Non si può rinunciare ad un calciatore del genere.

“Due talenti così non possono essere il problema, ma la soluzione”.

Mazzone decide così di arretrare la posizione dell’ex Reggina. Andrea Pirlo passa da trequartista a regista davanti alla difesa. Qui il numero 5 – perché allora è quello il suo numero di maglia – non è più chiamato ad inventare per le punte e a sfornare assist vincenti – o meglio, non solo – ma ad impostare il gioco e ad avviare la manovra con qualità partendo dalle retrovie. E poi quel lancio. Pirlo è dotato di una capacità innata di vedere il compagno – senza realmente guardarlo con gli occhi – che scatta sulla corsia, e di servirlo alla perfezione. Destro o sinistro, corto o lungo, alto o basso. Non fa alcuna differenza. Pirlo gioca a memoria. Ed è un piacere per gli occhi. Secondo alcuni, anche per l’intelletto.

“Il Maestro” per il “Divin Codino”. Olio su tela. (Credits: giphy.com)

 

Davanti alla linea difensiva, Pirlo ha più spazio. Nei primi anni del nuovo millennio, infatti, non era come adesso. Prima non era così conosciuto il volante davanti ai due centrali. E se veniva usato, era per fare il frangiflutti. Dicitura che, per usare un eufemismo, non si addice ad Andrea Pirlo.

Gioca quindi a Brescia 10 partite, prima di rompersi ad aprile il quinto metatarso del piede destro, che lo costringe a rimanere fermo fino a giugno. Tuttavia, grazie soprattutto a quest’invenzione tattica di Mazzone, il club lombardo chiude la stagione al settimo posto in classifica.

FINALMENTE CAMPIONE

Dieci partite. Dieci partite da mediano davanti alla difesa sono quelle che hanno convinto un altro Carlo – Ancelotti – ad acquistare il talento bresciano. Nell’estate del 2001, Pirlo viene comprato a titolo definitivo dall’altra squadra di Milano: quella rossonera. È l’inizio di una fantastica storia d’amore.

Sulla panchina del Milan arriva Ancelotti, dopo la deludente esperienza su quella della Juventus. Cavalcando l’idea di Mazzone, il tecnico di Reggiolo lo riposiziona davanti alla difesa. Ottima scelta: non lo leverà più.

Con Rui Costa vertice alto e Pirlo vertice basso di un fantastico rombo a centrocampo, il Milan farà terra bruciata in quegli anni. L’unica squadra in grado di stargli dietro, soprattutto in Italia, è la solita Vecchia Signora.

Con la maglia rossonera Pirlo vince campionati e la Champions League nel 2003 – ai calci di rigore proprio contro la Juventus. In questa stagione, Ancelotti sceglie di mutare leggermente il modulo di gioco. Con l’arrivo di altri giocatori di qualità come Seedorf e Rivaldo, l’ex tecnico bianconero inaugura il suo famoso “albero di Natale“: Rui Costa e Rivaldo dietro alla prima punta, con le due mezzali Gattuso e Seedorf a sostegno proprio di Pirlo. Nulla cambia per lui, dopo l’acquisto anche di un certo Ricky Kakà.

Il protagonista di questo racconto dimostra una qualità mai vista prima in quella zona del campo. Ed una professionalità unica. Ai compagni ai suoi lati basta correre, perché la palla arriva. Sempre e puntuale. Pirlo è un leader silenzioso, un direttore d’orchestra in grado di dettare meravigliosamente i tempi di gioco. Ha semplicemente una visione superiore di tutto ciò che gli sta attorno. Signori, ve lo assicuriamo: il playmaker esiste anche nel calcio.

Parma-Milan. Ultima rete di Pirlo con la maglia rossonera. Non male. (Credits: giphy.com)

LA NAZIONALE

Così come al Milan, la sua presenza è fondamentale anche in Nazionale Maggiore. Pirlo esordisce con la casacca azzurra il 7 settembre 2002 in Azerbaigian, nella gara valida per le qualificazioni ad Euro 2004. Sotto la guida di Giovanni Trapattoni, il centrocampista rossonero diventa il faro della squadra. I primi assaggi in campo internazionale arrivano ai Campionati Europei in Portogallo, ma la vera affermazione avviene in Germania. Sì, stiamo parlando dei Mondiali del 2006.

Con Marcello Lippi commissario tecnico, Pirlo inizia il torneo al centro del campo, con Gattuso e De Rossi ai suoi lati. Manco a dirlo, è lui a segnare il primo gol della cavalcata azzurra: sugli sviluppi di un calcio d’angolo, il numero 21 buca il portiere del Ghana con un bellissimo tiro da fuori. Poi però, dopo la sciocchezza del centrocampista giallorosso nella seconda sfida contro gli Usa, l’ex tecnico bianconero – che, diciamo, di calcio ne capisce – sceglie di affidarsi ad un 4-4-2. Pirlo diventa dunque ancor di più il fulcro della squadra. Da lui passano tutte le azioni offensive, con Ringhio al suo fianco a cui viene affidato il “semplice” compito di attaccare tutti i portatori di palla e, una volta conquistata, lasciarla ad Andrea.

La mossa è quella vincente, e il resto è storia. Pirlo diventa così Campione del Mondo, realizzando peraltro il primo rigore della serie in finale contro la Francia.

C’è poco da fare: la pressione non fa parte del suo modo di intendere il calcio.

Il resto della sua carriera con la maglia dell’Italia è trascinata dal lento ma costante declino della nostra nazionale. Tra le due delusioni mondiali prima in Sudafrica nel 2010 e poi in Brasile nel 2014, però, c’è ancora spazio per un assaggio della sua classe.

24 giugno 2012. Europei di Polonia e Ucraina. Quarti di finale. Italia-Inghilterra. Dopo lo 0-0 dei tempi supplementari, si va ai calci di rigore. Noi siamo stremati. Abbiamo paura. Sappiamo che i tiri dal dischetto, a parte qualche raro caso – vedi sopra – non ci hanno quasi mai portato bene. Ma abbiamo cuore.

Con il punteggio momentaneamente sul 2-1 per gli inglesi, il terzo rigore azzurro è affidato proprio a lui. Tranquillo come sempre, Pirlo parte e tocca dolcemente – molto dolcemente – il pallone nella parte bassa. Con Hart che si butta sulla destra, lo strumento prende una perfetta parabola a forma di “cucchiaio” che si va ad infilare proprio alla sinistra dell’allora estremo difensore del Manchester City. Il portiere inglese, che con ampi gesti e movimenti cercava di disturbare tutti i nostri rigoristi, viene così battuto dal pallonetto di Andrea. In seguito il centrocampista dichiarerà: “Ho pensato che fosse il modo più facile per segnare. Hart aveva bisogno di abbassare le ali“.

Già, più facile. Fatto sta che funziona. Vinciamo quella serie di rigori ed eliminiamo l’Inghilterra. Dopo aver sconfitto anche la Germania, perdiamo in finale solo contro l’invincibile Spagna.

Come bere un bicchier d’acqua. Peccato che siamo ai quarti di finale di un Europeo. (Credits: giphy.com)

 

Da qui in poi, ci saranno più ombre che luci per lui. Pirlo esce quindi dal giro della nazionale nel 2015, dopo solo 4 partite dall’arrivo di Conte in panchina. Il centrocampista non verrà infatti più convocato per le partite di qualificazione all’Europeo del 2016 in Francia.

UNA NUOVA AVVENTURA

Il tempo passa. Anche per un immortale come Andrea Pirlo. I vari Shevchenko, Kakà, Maldini, Costacurta, Rui Costa abbandonano la maglia rossonera per far posto ad altri. Così come in panchina, dove Ancelotti viene sostituito – dopo la breve parentesi di Leonardo – da Massimiliano Allegri. L’ex tecnico del Cagliari preferisce però un centrocampista di sostanza davanti alla difesa. D’altronde, la qualità in attacco è già tanta – Ibrahimovic, Robinho, Cassano – e il calcio italiano sta cambiando. Ecco quindi che nella stagione 2010/2011, l’ultima conclusasi con lo Scudetto per il Diavolo, Pirlo si deve spesso accomodare in panchina a favore dell’olandese Mark Van Bommel.

Secondo i più, l’ex Brescia è quindi finito. Troppo lento per i ritmi a cui si gioca oggi. Troppo compassato. Troppo fermo in campo.

Può esser vero. Lui non corre molto, ma corre bene. È sempre posizionato nel punto giusto per ricevere il pallone e, solitamente, preferisce far correre la palla al posto suo. La palla non suda. Con semplici finte di corpo manda al bar gli avversari. E non è mai in affanno. È sempre tranquillo e sicuro di sé.

Grazie, con quei due piedi che si ritrova.

Ecco quindi che in quell’estate accade qualcosa. Arriva una chiamata da Torino. Al telefono è Antonio Conte, ed è deciso a mettere il numero 21 al centro del nuovo progetto bianconero. Affianco alle nuove leve, infatti, la Juventus ha bisogno di qualcuno di esperienza a cui affidare le chiavi del centrocampo. Chi meglio di Andrea Pirlo dunque?!

Il classe 1979 dimostra di esser tutt’altro che finito. Titolare fisso nel 3-5-2 del tecnico leccese, vince subito il campionato, con lo stupore di tutti. Celebre diverrà l’asse Pirlo-Lichsteiner, con lo svizzero che si butta dentro alle spalle dei difensori e l’ex Milan che, non si sa come, lo mette costantemente davanti al portiere.

Dove ogni volta passi quel pallone non ci è dato saperlo, ma passa. Come faccia a scendere esattamente dopo i difensori e prima del portiere non ci è dato saperlo, ma scende.

Lo spazio non c’è, ma non importa: lui lo crea.

La sua prima allo Stadium. La prima dell’asse Pirlo-Lichsteiner. La prima di tante. (Credits: Juventus.com)

Gliel’ha messa lì. Di controbalzo. Ha più sensibilità lui nei piedi che un pianista nelle mani. (Credits: giphy.com)

 

Lo stesso terzino bianconero dichiarò una volta: “Durante una partitella a Bardonecchia mi disse di dargli il pallone anche se era in mezzo a due avversari, ma gli risposi che non volevo metterlo in difficoltà. Lui replicò di non preoccuparmi. Giocando, mi resi conto che potevo passargli il pallone anche in mezzo a cinque avversari, e lui non l’avrebbe mai perso“.

Dopo 3 anni, il destino vuole che sulla panchina bianconera arrivi proprio il tecnico che lo aveva “costretto” a lasciare il Milan. Allegri però si rende perfettamente conto del gioiello che ha fra le mani, e non può far altro che cavalcare l’onda. Aggiunge qualche variante di modulo, ma il concetto è sempre lo stesso: quando sei pressato dalla Pirlo, che lui vede e provvede.

L’EPILOGO

Nel 2015, dopo 4 scudetti in 4 stagioni ed una finale di Champions League persa – a Berlino contro il Barcellona – Andrea Pirlo decide di lasciare la Juventus e, incredibilmente, l’Italia. Opta infatti per una radicale scelta di vita, trasferendosi a New York, ed abbandonando così per sempre il calcio che conta. E siamo così giunti ai giorni nostri, a quel triste 5 novembre.

Qualcosa è successo, e sta succedendo tutt’ora, ma non ce ne rendiamo conto. Qualcosa è cambiato, ma in pochi ne hanno parlato a dovere. Uno dei più grandi artefici della storia del calcio italiano, e forse mondiale, ha detto “addio”.

Chiedetevi perché, quando ad un bambino viene chiesto di scrivere su un foglio la formazione dei suoi sogni, uno dei nomi che non manca mai lì in mezzo al campo è proprio quello di Andrea Pirlo. Semplicemente, perché uno così non rinascerà mai. Rinascerà in futuro un esterno in grado di saltare l’uomo e di metterla in mezzo come nessuno. Rinascerà un bomber letale con caratteristiche uniche all’interno dell’area di rigore. E probabilmente – speriamo – rinascerà anche un fuoriclasse azzurro degno di indossare “la 10”.

Ma non rinascerà mai un altro Andrea Pirlo.

 

La “maledetta” di Andrea Pirlo. (Credits: giphy.com)

 

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